I giri nel parcheggio, la manovra in mezzo alla strada: una disavventura (di 20 minuti) a bordo di un robotaxi a Los Angeles
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L’energumeno, alla guida di un pick-up che sembra quasi un camion, ha lo sguardo stralunato. «Ma che c… combina questa macchina?», chiede ad alta voce, prima di sfrecciare, non senza aver lanciato lo sguardo da «come siamo messi male, signora mia!». Non ha tutti i torti. Da 15 minuti questa Jaguar speciale, piena di sensori, radar, fotocamere e fotocellule, esce ed entra nello stesso parcheggio. A un certo punto si ferma in mezzo alla strada. Fa fatica a individuare un percorso verso la destinazione finale, un ristorante a West Hollywood, a 21 chilometri di distanza da dove ci troviamo, l’aeroporto internazionale di Los Angeles. A bordo c’è una sola persona: il passeggero (cioè noi). L’autista non c’è. Il volante si muove da solo. Il veicolo è un robotaxi di Waymo, gruppo Alphabet (cioè Google). Benvenuti nella mobilità urbana 5.0. Ci è bastata un’app per stare oltre un’ora all’interno di questa macchina, identica alle altre ma tutta per noi. L’abbiamo provata, a diversi mesi dall’avvio delle attività (qui il test del collega Paolo Ottolina), per capire come sta andando. E lo abbiamo fatto in un contesto reale, da veri clienti, senza avvisare uffici stampa o simili. Waymo è il primo — e più avanzato — servizio di robotaxi completamente autonomo al mondo, conta una flotta di circa tremila veicoli che hanno percorso oltre 200 milioni di miglia (322 milioni di chilometri). Ad oggi queste auto senza conducente si vedono a Phoenix (dove è partito per primo), San Francisco, Los Angeles, Austin, Atlanta, Miami, Dallas, Houston, San Antonio, Orlando. Le macchine — soprattutto Jaguar I-Pace e Chrysler Pacifica — sono equipaggiate con un sistema sofisticato chiamato «Waymo Driver». Waymo risulta — a un confronto veloce a parità di destinazione, orario di prenotazione e tipologia di servizio — un po’ più caro di Uber e Lyft, del 15-30%. Ma quello che abbiamo notato è che, per tratti più lunghi, il divario si riduce in modo significativo, tanto che a volte costa quanto Uber. Almeno qui, tra i miti del cinema e le spiagge del Pacifico. Nei prossimi anni potrebbe vedersela con la concorrenza di possibili rivali: Zoox (Amazon), Tesla, Cruise di General Motors, Motional, May Mobility. Quando chiediamo il servizio di Waymo per raggiungere West Hollywood, l’applicazione preleva subito — come avviene con Uber — il costo della corsa: 33,72 dollari (poco più di 29 euro, al cambio odierno). Ma ci troviamo poco al di fuori della zona di «operatività» e così veniamo invitati a camminare per qualche minuto, quanto basta per raggiungere il parcheggio dove c’è già un robotaxi, ma non è il nostro. Quello assegnato spunta dal nulla e si avvicina lentamente a noi. La portiera si sblocca anche avvicinando il telefonino, attraverso il Bluetooth. Una volta all’interno parte una lunga sequenza di istruzioni e l’invito ad allacciarsi la cintura di sicurezza. C’è già un po’ di musica, a volume basso, l’aria condizionata impostata a 21 gradi Celsius — a Los Angeles quel giorno ci sono 30 gradi —, ma è regolabile, così come la musica. A quel punto il sistema inizia a calcolare il percorso migliore, tenendo conto del traffico e di eventuali ostacoli. Ed è in questo momento che iniziano venti minuti di stallo e confusione. Per nulla preoccupanti, ma non si comprende il motivo. Waymo esce dal parcheggio, poi però rientra, quindi riesce, rientra di nuovo. Sembra completamente nel pallone. Compie le stesse manovre per altre due volte. Poi si ferma tra le corsie — per fortuna non c’è traffico intenso —, costringe altri veicoli (con conducenti in carne e ossa) a rallentare e a tenersi a debita distanza. Ed è in questo momento che l’energumeno sbraita (non a torto). Ci sarebbe la possibilità di scendere, ma proviamo a dare fiducia al servizio. Quando ecco comparire una notifica, via app, che avvisa: si è verificato un problema, saremo contattati dal servizio clienti. Ci prepariamo alla disfatta, quando, un secondo dopo, il navigatore sul cruscotto mostra segni di vita: l’auto trova la strada, accelera, si avvicina all’incrocio e rallenta perché, intanto, il semaforo è rosso. Il viaggio prosegue tranquillo. Tolti i primi minuti di curiosità, ci si dimentica che non c’è un autista. Ogni tanto l’auto prova a compiere qualche manovra furba — superando a destra e a sinistra altri veicoli in coda —, accenna gesti di galanteria stradale dando la precedenza a chi si sta immettendo sul viale principale, non compie manovre brusche e rispetta il codice della strada alla lettera. Anche quando il percorso è libero e dritto — e p
