«Adriana Lecouvreur» nella Belle Époque al San Carlo

di Furio Piccione

«Adriana Lecouvreur» nella Belle Époque al San Carlo

| lunedì 15 Giugno 2026 - 12:43

Grandi personalità vocali sul palco per il capolavoro di Francesco Cilea

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E per fortuna i tanti personaggi che agiscono in «Adriana Lecouvreur» su libretto di Arturo Colautti, da Scribe e Legouvé, trovarono un compositore come Francesco Cilea!
Il capolavoro metateatrale del 1902, ma l’espediente è databile secoli prima, è andato in scena al Teatro di San Carlo con la regia di Davide Livermore, la quale proprio in quel superamento della quarta parete ha saputo trarre ragion d’essere. Livermore ha operato la più giustificabile delle trasposizioni storiche: quella che sposta la vicenda negli anni in cui l’opera è stata composta, anni per di più, quelli del tramonto della Belle Époque, costellati di intrighi politici e di una pace tanto precaria che sarebbe stata presto infranta dalla Prima Guerra Mondiale. Apprezzato l’omaggio alla diva Sarah Bernhardt. Rimane senza risposte l’interrogativo circa il mostrare Adriana non solo ferita nell’anima, ma fisicamente costretta a ricorrere a supporti ortopedici.
La conduzione di una partitura che Cilea volle impressionista e decadente, ma non verista, è stata affidata all’esperienza di Pinchas Steinberg, che ha mostrato di faticare un bel po’ per mantenere coesi buca e palco, quest’ultimo brulicante di talenti, a cominciare dall’interprete del titolo, la vocalmente ottima Aleksandra Kurzak e dall’antagonista Principessa, impersonata dalla, sia concesso il gioco di parole, regale Elīna Garanča “voluttà non acerba”, ma statuariamente senza tempo.
Va detto che un’orchestra operante a Napoli dovrebbe nutrirsi di Cilea già a colazione, ma il digiuno intermittente è in voga … in buona evidenza le uscite del primo violino Gabriele Pieranunzi e del clarinetto Luca Sartori e dell’arpa Elèna Vallebona. Tutto lascia ritenere che i meccanismi musicali e le intese miglioreranno nel corso delle repliche.
Di ottimi ingredienti Il cast ne annovera, a cominciare dal tenore Brian Jagde, eroico e sentimentale nel giusto agrodolce, nella parte di Maurizio per non dire del finemente speziato Michonnet di Pietro Spagnoli, efficace scenicamente non meno che vocalmente, per notare anche il brunito Antonio Di Matteo che ha dato voce morbida e profonda al Principe di Bouillon. L’allestimento con le scene di Giò Forma e i costumi di Gianluca Falaschi, sotto le luci di Nicolas Bovey è ben misurato nel non banalizzare la metateatralità e non casualmente la produzione dell’Opera de Monte-Carlo con l’Opéra de Saint-Étienne e l’Opéra de Marseille ha meritato il Prix de la Critique de l’Europe Francophone.
Bene inserite sono risultate le coreografie di Eugénie Andrin, raffinato il “Trionfo di Paride” e nel movimento scenico è parso a proprio agio anche il Coro, puntuale ed equilibrato, accuratamente diretto da Fabrizio Cassi.
Non di contorno hanno ben figurato Paweł Horodyski, (Quinault), Matteo Macchioni (Poisson), Anna Grotto (Mad.lla Jouvenot), di lusso, Monica Bacelli (Mad.lla Dangeville), Roberto Covatta un abate di Chazeuil, un po’ sagrestano in registro tenorile, e Salvatore De Crescenzo.
Oltre 9 minuti di applausi con ovazioni per Jagde, Garanča e naturalmente Kurzak, ma il regista Livermore, assente, non ha potuto ricevere omaggi dal palco. (Dario Ascoli)

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