Ventuno punti. Dalle «menzogne» sulle chiamate a casa Poggi nei giorni precedenti al delitto, fino «agli scritti, alle ricerche online, ai post di Andrea Sempio che restituiscono i tratti di una persona ossessionata dal sesso violento, frustrata dalle esperienze giovanili, del tutto irrispettosa della dimensione personale femminile, tratti coerenti con il contesto dell’omicidio per cui si procede».
In mezzo la questione del Dna sulle unghie di Chiara, l’impronta 33 «bagnata», il falso alibi per la mattina del delitto, i sospetti di «combine» della prima inchiesta del 2017. Ventuno indizi che per i magistrati della Procura di Pavia e i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano «convergono in un unico innesco»: «Il rifiuto di un approccio sessuale, maturato nella visione dei video intimi dei due fidanzati. Da quel rifiuto inaspettato nasce una reazione esplosiva improvvisa, che si accende quando la vittima lo scaccia e tenta di sottrarsi, trasformando quella tensione crescente in uno scontro fisico. È in quella deriva improvvisa che l’aggressione diventa cieca, sproporzionata, un annientamento furioso concentrato sul volto e sulla testa, come se l’intento fosse cancellare ogni traccia della persona che si era opposta». Il tutto nella convinzione che le sole tracce «esterne» nella villetta di via Pascoli appartengano ad Andrea Sempio. Lui e solo lui — per gli inquirenti — era presente sulla scena del crimine.