che controllano i sistemi di refrigerazione, impostando i freezer sulla modalità de-frost, normalmente utilizzata per sciogliere il ghiaccio. Il risultato è stato un aumento delle temperature e il deterioramento di grandi quantità di alimenti.
Secondo l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, gli attacchi sarebbero stati resi possibili da software obsoleti, interfacce di amministrazione esposte direttamente su Internet e sistemi di autenticazione insufficienti.
Ma chi ha organizzato tutto questo?
La prima ipotesi è quella di un lone wolf, un hacker solitario o un piccolo gruppo che ha sfruttato alcune vulnerabilità per provocare danni. In questo caso si tratterebbe sostanzialmente di un’azione vandalica, senza furto di dati o richieste di riscatto.
La seconda possibilità è quella di un’operazione legata a uno Stato, una dimostrazione di capacità informatiche e vulnerabilità delle infrastrutture.
Rafe Pilling, responsabile dell’intelligence sulle minacce informatiche della società Sophos, ha indicato proprio questi due scenari come i più plausibili.
Per ora non ci sono elementi sufficienti per attribuire con certezza la responsabilità degli attacchi.
Una cosa, però, è evidente: anche un frigorifero collegato a Internet può diventare un bersaglio informatico, con conseguenze concrete sulla vita quotidiana e sulla sicurezza alimentare.
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