In classe alzava la mano e i compagni lo chiamavano «spia». «Paolino» Mendico, 14 anni, alzava la mano perché quel mondo al contrario lui non lo capiva e avrebbe voluto ricevere almeno una spiegazione. Lo scriveva sui suoi quaderni, ora tutti acquisiti dalla Procura di Cassino, dopo il suicidio di cinque mesi fa: «Un professore m’insultava urlandomi contro: sei un rompi, mi diceva, ma io avevo solo sbagliato un esercizio».
Era un ragazzino pulito, sensibile, educatissimo. Ma tutto quello che riceveva indietro, dai compagni e dai professori prima alle medie e poi alle superiori, era solo indifferenza, cattiveria, fastidio. Così la sera del 10 settembre 2025, dopo l’ultima cena insieme ai suoi genitori Simonetta e Giuseppe, è salito in camera con la cagnolina Dafne e ha preso dallo zainetto, già pronto per il mattino dopo, il diario, quello con la copertina rossa fiammante, comprato in vista del primo giorno di scuola. E ha scritto una frase sola: «Quella scuola è una prigione».
