Dalla pittura rinascimentale alla lirica, dalla letteratura ai palcoscenici contemporanei, la superstizione non è mai rimasta ai margini: è un linguaggio sotterraneo che attraversa secoli e stili, riaffiora nei gesti, negli oggetti, nelle parole non dette.
Persino Nils Bohr — fisico danese, premio Nobel nel 1922 – teneva un ferro di cavallo sulla porta del suo studio: "Non ci credo, ma funziona”, diceva. E, quindi, nonostante scienza, alfabetizzazione e tecnologia, la superstizione non accenna a sparire. Anzi.
Gatti neri, specchi rotti, giorni “sfortunati”: sono solo alcune delle superstizioni raccolte e raccontate da Elisabetta Moro e Marino Niola, antropologi e studiosi del simbolico, nel saggio "Gatti neri e specchi rotti" (Einaudi).
Il libro non è un manuale di credenze popolari, ma un vero e proprio viaggio antropologico — leggero e ironico — dentro le ragioni profonde per cui continuiamo a credere (o a fingere di non credere) ai rituali scaramantici.
Il vodcast ‘Il piacere della lettura’ con Giulia Carla De Carlo continua su quotidiano.net, nella sezione ‘Libri’ ?
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