«Voglio tre baci /non uno, non due/ non ne voglio di meno/ perché tre porta fortuna/ e io voglio tre baci!». L’hanno sempre cantata dappertutto. Ai matrimoni di Belgrado e nelle sagre di Novi Sad, allo stadio della Stella Rossa e nei bar di Kragujevac. E da quasi cinquant’anni, è la canzone della tradizione. Da un po’ di mesi i tri poljupca, i tre baci, l’intonano ai comizi e nei cortei, sul web e nelle radio. Ed è diventata la colonna sonora della rivoluzione. L’Allonsanfàn degli studenti. L’inno del nuovo. Una vecchia ballata per cacciare il vecchio regimetto. I tre baci sono gli apostrofi rosa tra le parole «ti» e «odio»: un roseo futuro che mezza Serbia (e forse più) sogna di regalarsi al voto di domenica, dando il benservito agli odiati dodici anni di Aleksandar Vucic e d’un certo nazionalismo che – s’è visto ai funerali di Ratko Mladic, il boia di Srebrenica – non ha mai mollato veramente il bastone del comando.