Gennaio 2020, Catanzaro: un’inchiesta scuote il Palazzo di giustizia, coinvolge un magistrato di primo piano, Marco Petrini, all’epoca 56enne, presidente della II Sezione della Corte d’assise d’appello, nonché della Commissione tributaria provinciale. Si parla di rapporti, pressioni, favori. Ma sin da subito, accanto al suo, appare un altro nome: quello di un’avvocata, Maria Tassone, che tutti chiamano Marzia. Ha 32 anni.
Nelle carte — finite rapidamente sui giornali — compaiono incontri, telefonate, una relazione personale ricostruita nei dettagli e portata nello spazio pubblico. È lì che la vicenda cambia natura: la relazione privata viene letta come possibile elemento di uno scambio. Tassone finisce ai domiciliari. Poi il quadro cambia. Mentre il clamore corre più veloce delle decisioni, l’impianto accusatorio si sgretola fino a cadere.
Il Riesame e poi i giudici in Cassazione escludono la corruzione: nessuno scambio, nessun vantaggio indebito. Resta una relazione privata, sentimentale. Il penale si chiude così. Ma la storia no. Perché si apre il secondo tempo: quello disciplinare. Il Consiglio distrettuale di Catanzaro prima, e poi il Consiglio nazionale forense, ritengono che, al di là del penale, la condotta sia incompatibile con i doveri di indipendenza e con il decoro della professione. Se ne fa una questione morale. Una simile relazione non si accetta, tanto più quando si consumi in Tribunale.
