Preside, come ci si sente quando accade una cosa del genere?
«Ci si sente devastati».
Il bambino di 11 anni in passamontagna – il più giovane tra i manifestanti identificati dopo gli scontri dello scorso fine settimana di Milano – immortalato in foto e video diventati virali mentre scappa con roba rubata dai negozi o cerca di sfondare i vetri di un supermercato, va regolarmente a scuola. Frequenta la seconda media in uno degli istituti comprensivi del quartiere Barona. Una scuola con 1.400 studenti, un’utenza variegata e progetti all’avanguardia, come lo «Stem in English» alle medie.
Come avete saputo che era coinvolto negli scontri?
«Già domenica hanno cominciato a girare i video. I suoi occhi, bellissimi, sono inconfondibili. È uno dei momenti più brutti che ho vissuto nella mia carriera».
Lunedì a scuola che clima c’era?
«Alcuni nostri docenti piangevano, c’è stato uno scoramento generale, per il senso di impotenza della scuola, di fronte a dinamiche estranee. Impotenza, fallimento, nonostante il nostro grande investimento su di lui, non solo in termini di progetti educativi. Per noi è stato anche un investimento emotivo».
Quando è arrivato a scuola da voi?
«Quattro anni fa, dal Marocco, ma non è chiaro se in Marocco frequentasse regolarmente la scuola. Accanto ai corsi di alfabetizzazione, dalla prima media è stato avviato per lui un progetto educativo personalizzato».
L’intervista continua su corriere.it