Haley Robson aveva 16 anni quando venne abusata da Jeffrey Epstein. Come molte vittime del sistema del finanziere pedofilo, anche Haley fu «reclutata» da persone di cui si fidava: nel suo caso si trattò di un compagno di classe e di Tony Figueroa, l’ex di Virginia Giuffre, la grande accusatrice di Epstein e Ghislaine Maxwell, morta suicida lo scorso 25 aprile. «Ero in spiaggia», ricorda con la voce rotta Robson, raggiunta dal Corriere. «Venni invitata con una scusa a casa di Jeffrey. Ci andai con la mia macchina. Non avevo idea di che cosa mi aspettasse lì. Mi dissero tutt’altro. Al mio arrivo, Epstein mi portò al piano di sopra. Abusò di me per un’ora intera».
Signora Robson, il dipartimento di Giustizia americano ha pubblicato per errore le identità e le foto di decine di donne, diventate in questo modo vittime due volte.
«Non c’erano solo nomi e numeri di telefono. C’erano numeri di previdenza sociale, documenti d’identità, indirizzi, atti giudiziari privati, come divorzi, e fotografie di ragazze minorenni nude, che non erano state censurate».
Il viceministro della Giustizia Todd Blanche ha detto che l’indagine è chiusa.
«Thomas Massie, membro repubblicano della Camera che ha insistito per la pubblicazione degli Epstein files, ci ha detto che molto probabilmente non ci saranno ulteriori incriminazioni. Ce lo aspettavamo. È triste pensare che ci siano persone malvagie, colpevoli di crimini orribili sui minori, così a loro agio con sé stesse. L’unica cosa che mi consola è che molti degli uomini che sono stati smascherati nei documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia porteranno per sempre addosso un marchio d’infamia». L’intervista continua su corriere.it
