Tony Esposito lancia «Esperanto», inno per la Pace con Moni Ovadia e Baba Sissoko

di Furio Piccione

Tony Esposito lancia «Esperanto», inno per la Pace con Moni Ovadia e Baba Sissoko

| lunedì 11 Mag 2026 - 22:28

Presentato in anteprima a Imbavagliati – Festival Internazionale del Giornalismo Civile

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È stato presentato stamane a Napoli in anteprima nazionale, come il manifesto artistico e inno alla pace dell’undicesima edizione di Imbavagliati- Festival Internazionale del Giornalismo Civile, il brano «Esperanto (Help Me)» lanciato dal celebre percussionista napoletano Tony Esposito con l’importante contributo di Moni Ovadia, attivista e cantautore italiano di origine bulgara e Baba Sissoko, musicista maliano, coarrangiato con il produttore Sasà Flauto. Il contributo musicale ha aperto la prima giornata del Festival internazionale di Giornalismo Civile ideato e diretto da Désirée Klain in programma fino al 13 maggio, il cui tema centrale quest’anno è “Il silenzio delle innocenti: chi dimentica diventa il colpevole”, in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici con ODG, FNSI, SUGC e Articolo21.«Desidero ringraziare di cuore – ha detto Tony Esposito – alcune persone che hanno ispirato e arricchito questo lavoro, come la giornalista Antonella Napoli di Darfur Italia e direttrice di Focus on Africa, che con i suoi video personali girati in Sudan mi ha coinvolto e mi tiene costantemente aggiornato sulle tragedie di questa martoriata terra d’Africa; Moni Ovadia, artista eclettico che da sempre mette la sua arte a disposizione dell’amore e della verità, per i suoi preziosi contributi video sul Medio Oriente e ringrazio Baba Sissoko, un superbo artista che rappresenta magnificamente la grande arte della sua Africa, per aver regalato a questo lavoro un tono originale e prezioso. In un momento di grande inasprimento culturale – ha aggiunto Esposito – il ruolo di un artista è quello di stare sul palco per offrire una testimonianza di quello che accade nel mondo».PUBBLICITÀ«Esperanto» è proprio nella lingua creata nel 1887 dal medico polacco L. L. Zamenhof per facilitare la comunicazione tra popoli di nazionalità diverse, dunque vuole essere «un inno d’amore universale, nel quale calarsi, spogliandosi del proprio ego e abbracciando il prossimo sempre e comunque».La prima giornata del festival contro le censure si è aperta con la decima edizione del Premio Pimentel Fonseca, consegnato alle giornaliste Leila Sarwari (Afghanistan) e honoris causa a Barbara Schiavulli (Italia), entrambe impegnate nella difesa dei diritti delle donne e dell’informazione indipendente. Barbara Schiavulli è una delle più note giornaliste di guerra italiane. Negli ultimi 30 anni ha lavorato come inviata freelance per la maggior parte dei quotidiani e settimanali. Nel corso degli anni, si è recata in Pakistan, Kashmir, Afghanistan, Malesia, Haiti, Cile, Venezuela e Groenlandia. Era sulla prima Global Sumud Flotilla, ed è stata arrestata dalle autorità israeliane al largo di Cipro e tenuta in custodia 96 ore e poi liberata.«Ricevere il Premio Eleonora Pimentel Fonseca – ha detto la Schiavulli – è un onore grande perché dentro ci sono i volti e le voci di chi continua a raccontare mentre tutto intorno sembra crollare. Lo dedico ai giornalisti che ogni giorno resistono, spesso senza protezione, senza stipendio, senza tregua, ma con l’ostinazione feroce di chi sa che il silenzio uccide due volte.A chi racconta le guerre non dai palazzi, ma dalle macerie, dagli ospedali, dalle tende, dai funerali. A chi resta accanto a chi la guerra la subisce davvero, anche quando il mondo smette di guardare. E a chi continua a scrivere, filmare, testimoniare, pur sapendo che in certi luoghi la verità è diventata il bersaglio più pericoloso e noi con lei».Proprio per la sua testata, Radio Bullets, lavora la cronista afghana Leila Sarwari, l’altra premiata, il cui vero nome è tenuto nascosto per motivi di sicurezza. Leila ha studiato all’università di Kabul, ha fatto un master, e il suo sogno era diventare una diplomatica. La sua vita e i suoi sogni, come per tutte le donne afghane si sono infranti il 15 agosto del 2021 quando i talebani hanno preso il potere. A ritirare il suo premio una giornalista afghana rifugiata a Napoli, Ferzana Jafari, attivista e artista. Dopo la caduta dell’Afghanistan e l’ascesa del regime talebano, è prima fuggita dal suo paese, emigrando con tutta la famiglia in Iran, ed è poi approdata in Italia, a Napoli, con un visto umanitario. Ferzana ha ricordato che le donne in Afghanistan sono come fantasmi, non avendo diritti e possibilità di nessun tipo, per loro anche i corridoi umanitari sono sospesi, motivo per il quale Ferzana non ha potuto portare in Italia la sorella gravemente malata di leucemia perché riceva cure adeguate. Sentire la loro voce è un modo per non dimenticarle e un monito per quello che il potere fa quando le società civili non intervengono.Ad aprire l

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