A otto anni si fece regalare da suo padre un orologio da taschino, alle elementari indossò il suo primo panciotto. Poi fu la volta della bombetta. Il professore di lettere Ivan Mecca, 34 anni di origini lucana, docente di scuola media e scrittore di storie di fantasmi a tempo perso, ha iniziato per gradi a vestirsi come si usava nella tarda Belle Époque per cui nutre una passione innata. Oggi porta i baffi a manubrio e ogni giorno indossa uno dei suoi abiti a tre pezzi, giacca a quattro bottoni, pantaloni e panciotto, lobbia o bombetta e tabarro a mezza ruota. I passanti a Torino lo fermano per dirgli «che bel costume» e chiedono una foto. Ma non è un costume. È il suo «outfit» quotidiano. In stile edoardiano.
Si veste così per insegnare a scuola a Carmagnola, fare la spesa nel quartiere di San Salvario dove abita da qualche mese, leggere al parco del Valentino. «Da piccolo ero affascinato dal mio bisnonno Agostino, classe 1911, che indossava ancora cappello e mantello, poi fui folgorato dalla Londra tardo vittoriana di Sherlock Holmes descritta da Conan Doyle», racconta il professore d’altri tempi, nato nella frazione Sterpito del Comune di Filiano, in provincia di Potenza. «Tra le medie e il liceo saccheggiavo la sterminata biblioteca del padre del mio migliore amico, iniziai ad appassionarmi al tramonto dell’impero austro ungarico leggendo La cripta dei cappuccini di Joseph Roth». Ma ancora prima della scoperta letteraria, ha sempre avuto un’inspiegabile attrazione per la fine Ottocento e i primi anni del Novecento, tanto da indurlo a «credere nella reincarnazione o la dottrina pitagorica della metempsicosi».
