Atletica e nuoto al top. Ma non sparate sul calcio

di Furio Piccione

Atletica e nuoto al top. Ma non sparate sul calcio

| lunedì 17 Agosto 2026 - 09:27

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L’ottima salute di cui godono in Italia le due regine degli sport olimpici, l’atletica leggera e il nuoto, ci ha fatto passare numerose serate esaltanti in queste due settimane di campionati europei che si sono conclusi ieri. Non molti anni fa l’idea di lottare per il primo posto nel medagliere ci sarebbe sembrata incredibile: invece l’abbiamo fatto sia a Parigi nel nuoto e nei tuffi, e la Gran Bretagna ci ha superato al fotofinish, sia a Birmingham nell’atletica, e alla fine gli ori di Larissa Iapichino nel lungo e quello – portentoso e inatteso – della staffetta 4×400 hanno chiuso i conti a nostro favore, sempre sui britannici. Sono risultati straordinari che premiano la bontà del nostro sistema sportivo. Non solo. Dopo ogni gara – questo è stato molto notato sui social – atlete e atleti azzurri hanno aggiunto ottime prove ai microfoni, davanti alle telecamere, con parole serene, consapevoli, generose, in alcuni casi anche ricercate.Ovviamente nella logica binaria dei social questa è diventata anche un’occasione per dare addosso ai calciatori, la cui regola dialettica molto spesso è la banalità. È un giudizio che non tiene conto di tre fattori. Il primo è la frequenza delle dichiarazioni: un calciatore gioca una o due volte alla settimana e a fine partita trova sempre un microfono ad aspettarlo, un nuotatore parla dopo i tre o quattro eventi più importanti della sua stagione, e quando si allena in genere non ha giornalisti fra i piedi. Il secondo è la scolarità: i praticanti di atletica e nuoto studiano in media assai più dei giovani calciatori. Il terzo è la platea: atleti e nuotatori parlano a una cerchia di appassionati e a un popolo di spettatori dei grandi eventi, solitamente poco ferrati e soprattutto ben disposti. I calciatori invece parlano a milioni di tifosi, molto più competenti, suscettibili ma soprattutto in eterna e spesso malevola competizione, da cui cautele e prudenze.Chiarite queste differenze, da tempo non mi perdo un’intervista di Thomas Ceccon, perché è una persona interessante e perché trovo lodevole la sua ambizione – ben percepibile – di sfuggire la dichiarazione scontata aprendoci qualche squarcio di realtà a proposito della vita di un nuotatore di vertice. L’altro giorno, per esempio, si è lamentato del recente periodo di allenamento sulla Sierra Nevada, in Spagna. Ho solidarizzato con lui nel profondo perché qualche anno fa sono stato lì, ho passato un giorno al famoso centro di Alto Rendimento – una struttura di assoluta eccellenza per chi si deve allenare – ci ero andato per intervistare Federica Pellegrini. Era estate, e ricordo l’esperienza di un luogo spettrale, sul cocuzzolo di una città morta, una vera ghost town perché non ci vive nessuno, ci sono solo le seconde case di chi viene in inverno a sciare. Un luogo in cui si nuota dalle 8 alle 10 ore al giorno, si mangia – male, sostiene Ceccon – e si dorme, esausti, per poi rituffarsi la mattina successiva. Un incubo umano che, questo sì, dà ai nuotatori qualche diritto in più rispetto ai campioni di altre discipline.

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