La sua storia è una di quelle che trasformano la paura in consapevolezza e la malattia in un messaggio di speranza. Protagonista è Chiara Vania, infermiera di terapia intensiva pediatrica dell’ospedale San Bortolo di Vicenza, che vive a Sarcedo con il marito Sandro Covolo, educatore in una comunità per minori, e le loro tre figlie. Una famiglia che, per un periodo, Chiara non riusciva nemmeno a sognare a causa di un tumore che aveva messo a rischio la sua possibilità di diventare madre.
Tutto ha avuto inizio nel 2012. «Come ogni anno mi sono sottoposta al Pap test – ha spiegato la donna – anche se per poco non ho rimandato la visita dato che il risultato dell’anno precedente era stato negativo e in quel periodo non avevo particolare urgenza. Poi ho pensato “se non lo faccio ora mi dimentico” e mi sono presentata al controllo». Una decisione che si è rivelata fondamentale, perché qualche settimana dopo è arrivata la chiamata che la informava della necessità di sottoporsi ad alcuni accertamenti. Dopo una serie di esami all’ospedale di Santorso le è stato diagnosticato un tumore al collo dell’utero di grado moderato che dopo poco è stato rimosso con un intervento chirurgico. Durante la stessa operazione è stata eseguita una biopsia, che ha rivelato la presenza di un secondo tumore, sempre al collo dell’utero, questa volta più grave. «In questo caso c’era il rischio di metastasi – ha raccontato l’infermiera -. All’epoca ero seguita dalla dottoressa Sara Fantinato, mi disse chiaramente che doveva essere tolto e che per un anno e mezzo non avrei dovuto cercare una gravidanza. Questo perché c’era la possibilità che il tumore si ripresentasse con il rischio di dover togliere il collo dell’utero e quindi di non poter diventare madre».
