L’inquinamento della terra (e delle acque) è legato ai sovraccarichi di nitrati secondo Greenpeace. Una situazione critica dovuta all’alta concentrazione di animali e al riscaldamento climatico
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Il paesaggio che vediamo scorrere attraverso il finestrino è ripetitivo: un capannone dietro l’altro, allevamenti intensivi di suini, stalle di bovini, allevamenti avicoli. Tra un allevamento e l’altro, i campi sono coltivati quasi tutti a mais, destinato alla produzione di mangimi per impianti che contengono migliaia di capi – anche milioni nel caso degli avicoli. Decine di getti d’acqua ad alta pressione irrigano il mais, mentre altri campi sono solcati da autobotti che spandono i liquami prodotti dagli allevamenti. L’effetto lo sentiamo aprendo il finestrino: insieme al caldo estremo di questi giorni, in auto entra un forte odore di letame. «In provincia di Cremona, Mantova e Brescia c’è la concentrazione della maggior parte degli allevamenti, suini, bovini e avicoli» ci racconta Maria Grazia Bonfanti, ex sindaca di Vescovato, in provincia di Cremona. In questo comune abitano 4mila abitanti e c’è una concentrazione di 70 mila suini. Oggi Bonfanti è coordinatrice di un gruppo ambientalista, Terre Nostre, con cui denuncia l’inquinamento legato agli allevamenti intensivi: «Qui c’è la concentrazione del 75 per cento della produzione di reflui zootecnici nazionale» afferma. Ci troviamo in quest’area per raccontare le ragioni e gli effetti della concentrazione di azoto in questo distretto della Pianura Padana, dove si trova la maggior parte delle produzioni zootecniche italiane. Nelle tre province di Brescia, Mantova e Cremona sono allevati per ogni ciclo produttivo circa 3,2 milioni di suini e oltre 1 milione di bovini. Proprio a causa di questa concentrazione, l’Italia è in procedura di infrazione europea dal 2023 per l’eccesso di nitrati e il rischio di inquinamento delle acque, e sia la Lombardia che il Veneto hanno adottato programmi d’azione per il periodo 2024-2027.«La regione Lombardia ogni anno pubblica un rapporto dove c’è l’elenco dei comuni vulnerabili o parzialmente vulnerabili» ai nitrati, afferma Bonfanti. «Purtroppo, nonostante tutta la tecnologia che ci raccontano migliorare l’impatto di questo tipo di agricoltura e di allevamenti, in realtà il numero dei comuni vulnerabili aumenta. Un quarto dei comuni della regione Lombardia sono totalmente vulnerabili, metà sono parzialmente vulnerabili» afferma.In un’azienda agricola in provincia di Mantova incontriamo un gruppo di lavoro dell’organizzazione ambientalista Greenpeace, che sta effettuando campionamenti delle acque destinate al consumo umano, per verificare la possibile contaminazione da azoto delle falde. «Gli allevamenti intensivi producono una grande quantità di sostanze a base di azoto, che vengono disperse sui terreni», afferma Simona Savini, responsabile della campagna agricoltura per l’associazione. «Dopo aver fertilizzato, l’azoto in eccesso viene dilavato e si trasforma in nitrati» afferma l’ambientalista. Secondo Savini, «i nitrati sono altamente solubili, finiscono nelle acque superficiali così come nelle acque sotterranee, e possono creare un problema di inquinamento anche per le acque potabili che pescano in quelle falde». L’associazione sta facendo questo monitoraggio in diversi Paesi in Europa, dopo che in Danimarca uno studio commissionato dal governo nel 2024 ha messo in relazione l’eccesso di nitrati nelle acque per il consumo umano con un aumento delle incidenze tumorali, raccomandando di abbassare la soglia di tolleranza prevista dalle normative per le acque potabili dagli attuali 50 milligrammi al litro ai 4 milligrammi al litro.