Esce il trailer di «Je so’ pazzo», il film su Pino Daniele: è polemica

di Furio Piccione

Esce il trailer di «Je so’ pazzo», il film su Pino Daniele: è polemica

| venerdì 17 Luglio 2026 - 09:25

Claudio Poggi, produttore del primo album «Terra mia»: mai dette le frasi che mi attribuiscono

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Quei friarielli proprio non vanno giù. Forse Pino Daniele li amava, ma non credo li avrebbe divorati così, a bocca aperta, con ciuffi di verdura oleosa pendenti dalle labbra, mentre durante il pranzo di famiglia le zie gli propongono di partecipare al concorso per un posto in Alitalia. È un fotogramma del trailer ufficiale di «Je so’ pazzo»: pochi minuti gridati («la storia mai raccontata»), con Massimiliano Caiazzo alias Pino (impressionante la trasformazione) dallo sguardo torvo, mentre gli dicono che la sua canzone «parla male della città» (tormentone che arriva fino ai nostri giorni, Saviano docet). Il film di Nicola Prosatore sarà nelle sale a ottobre e in anteprima a Giffoni Valle Piana sabato 25. Tratto dal libro Pino Daniele. Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce di Alessandro Daniele, è prodotto da Filippo Valsecchi e Tartare Film con Rai Cinema ed è stato scritto dal regista insieme a Carlo Salsa e Edoardo Puma; nel cast ci sono Mariasole Pollio, Giovanni Ludeno, Antonia Truppo.Un gruppo di attori di tutto rispetto, compreso il protagonista che è uno dei migliori prodotti di «Mare fuori». Eppure. Per ora è disponibile solo il trailer, ma tanto è bastato a sollevare polemiche sui social e, sul «Mattino», la dura critica di Claudio Poggi, produttore del primo album di Pino Daniele, «Terra mia». Fu lui a supportare quell’avventura del cantante oggi diventato mito: a 21 anni, con un sogno che si stava trasformando in realtà, Pino Daniele si trovò di fronte alla sua sliding door. Da un lato l’invito alla Emi, la casa discografica che avrebbe potuto lanciarlo, dall’altro la firma di un contratto con Alitalia, per un posto di steward, e quindi l’opportunità di un lavoro fisso, di una sistemazione. Una scelta importante per chi conosceva già le difficoltà della vita. A consigliarlo fu Dorina. La fidanzata dell’epoca, che sarebbe diventata la sua prima moglie di lì a poco, fu lapidaria: fai quello che ti piace. E così, nell’aprile del 1976, Pino Daniele scelse definitivamente la musica. Si presentò alla Emi, al mitico indirizzo romano di viale Oceano Pacifico 46. E da quel primo contratto nacque l’album «Terra mia», con la sua intensa fusione di sonorità antiche e nuove. Un album destinato a restare nella storia della canzone italiana, ma che nel primo anno si fermò a meno di seimila copie vendute. «Il tuo disco non vende perché alla gente non piace quello che dici»: questa la frase che Poggi pronuncia nel film ma che nella realtà, assicura lui stesso, non ha mai nemmeno pensato. Uno «scatto da trailer», lo giudica. Ed effettivamente l’impostazione che viene fuori dal filmato è quella di un racconto a effetto, del resto è un po’ la sorte dei biopic italiani degli ultimi anni, pronti a costruire sbrigativamente eroi da slogan più che personaggi a tutto tondo. Così come la sorte di Pino Daniele sembra essere diventata quella di alimentare una narrazione di Napoli sempre più stereotipata. Eppure la sua musica è stata radicalmente innovativa, ibridata, non oleografica; nasce in quella stagione in cui la città inizia a guardare con insistenza fuori dai propri confini, nell’arte, nel teatro, nella letteratura oltre che nella musica. Pino Daniele ha fatto risuonare il jazz, il blues, i ritmi sudamericani dentro il tessuto di una tradizione che si stava sfilacciando e che evidentemente non bastava più a raccontare Napoli. Lui ne era consapevole, lo dice chiaro e tondo in un’intervista: «La musica è un focolaio, ci consente di parlare di ribellione». Oggi sempre più spesso il suo volto tormentato viene invece addomesticato e collocato in una sorta di costellazione di divinità messe a protezione della Napoli turistica, con Totò e Troisi. Oppure finisce nella inesauribile «tribù dei buoni» di Jorit, sulla facciata di un palazzo nei pressi di piazza Garibaldi. O ancora, tra i pastori del presepe a San Gregorio Armeno. Ora però aspettiamo con ansia il film per poter essere smentiti e ritrovare sullo schermo quella scintilla di genio che lo ha reso leggenda. (Mirella Armiero)

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