Il tennis nel cinema italiano è stato l’io narrante di Vittorio De Sica (Il giardino dei Finzi Contini) o il cinismo tragicomico di Fantozzi (contro Filini nella nebbia). Il Maestro, di Andrea Di Stefano, invece — in piena era Sinner, cioè l’epopea di un predestinato —, celebra l’imperfezione di Raul Gatti, l’ex tennista disilluso che salvando la vita all’allievo la salva a sé stesso. Il maestro è Pierfrancesco Favino, disarmato di un intimismo che apre nuove porte.
Favino, batti lei.
«Di Stefano, il regista, è stato un buon giocatore: la sua storia l’ha riversata nel film. Il mio amore per il tennis non è ricambiato però oggi siamo diventati tutti un po’ tennisti, no? Vediamo Jannik, ma non quello che c’è dal decimo posto in giù. A me è piaciuta la possibilità di raccontare ciò che non si vede e, in un momento di ossessione per performance e successo, il viaggio di due persone che non sono due fenomeni. Nel maestro Raul Gatti sono entrato in una maniera diversa dal solito. Ho spesso fatto vincenti: magari personaggi negativi ammantati di carisma o che cadevano, ma dall’alto. C’è qualcosa di molto intimo, nel perdente Raul Gatti. Forse è una delle prime volte che si vede un aspetto di me, persona non attore, inedito». L’intervista continua su corriere.it
