Un intero pezzo di Palazzo Pitti chiuso, dal 3 febbraio, fino a data da destinarsi, ufficialmente per «manutenzione straordinaria». I gioielli più pregiati del Tesoro dei Granduchi trasferiti in tutta fretta nel caveau della Banca d’Italia. Porte e uscite di sicurezza murate, dalla sera alla mattina, con calce e mattoni. E ai dipendenti la consegna di non farne parola.
Perché allora, cioè due mesi fa, come oggi, le Gallerie degli Uffizi stanno subendo una minaccia: proprio tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio un gruppo di hacker è riuscito a violare la rete informatica del polo museale fiorentino — che comprende, oltre alle Gallerie, Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli —. La versione ufficiale, diffusa subito dopo, parlava genericamente di sistemi amministrativi colpiti, ma il dietro le quinte rivela la reale portata dell’attacco, con i server svuotati: è stato rubato, innanzitutto, l’intero archivio del gabinetto fotografico, cioè quadri e documenti digitalizzati in decenni di lavoro e in parte ora perduti. È addirittura arrivata una richiesta di riscatto, recapitata direttamente sul telefono personale del direttore Simone Verde.
I ladri sono anche riusciti a entrare nei sistemi dell’ufficio tecnico, mettendo le mani su codici di accesso, password, sistemi di allarme, mappe interne, ingressi, uscite e percorsi di servizio. Conoscerebbero anche la posizione di telecamere di sorveglianza e sensori. Informazioni che, se utilizzate, consentirebbero di muoversi tra le centinaia di sale sapendo esattamente dove passare, cosa evitare, cosa disattivare.
