«In viaggio spesso le persone abbassano il livello di guardia rispetto ai comportamenti e all’igiene personale», spiega il virologo
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«La nave da crociera a prima istanza può sembrare un luogo contenuto, ma in realtà ci sono persone che arrivano da tutto il mondo e questo è un problema per la diffusione dei virus». Il virologo Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva dell’Università Statale di Milano, spiega quali sono i motivi che rendono le navi da crociera un «incubo» per virus e malattie. All’interno delle navi, prosegue il professore, c’è infatti una vita fatta di continui contatti. «Si mangia insieme e si passa molto tempo insieme, o si sta vicini l’uno all’altro magari nella piscina: sono situazioni che rendono molto stringente il contatto tra persone». Oltre ai frequenti e ravvicinati contatti tra i passeggeri ci sono anche altri temi da considerare, secondo il virologo: in primis il fatto che si trovano nello stesso posto persone che vengono da tutto il mondo e che potrebbero portare infezioni o malattie dai Paesi di provenienza e in secondo luogo il fatto che oggi la maggior parte dei turisti che sceglie di andare in crociera sono anziane e quindi sono più fragili. Infine, spiega Pregliasco, «in viaggio spesso le persone abbassano il livello di guardia rispetto ai comportamenti e all’igiene personale». «C’è come l’idea che in viaggio in vacanza le malattie vanno in vacanza – precisa il virologo -, invece no e magari andiamo in contesti con livelli igienici molto più bassi senza eseguire una profilazione esatta del rischio nel contesto in cui andiamo». Un esempio? I viaggiatori che dimenticano di fare il vaccino prima di andare nei Paesi che presentano un rischio per la diffusione di determinate malattie o quelli che con leggerezza tralasciano alcune buone norme igieniche, come prestare attenzione all’acqua. I consigli per i viaggiatori quest’estate quindi sono sempre gli stessi: curare l’igiene personale, specialmente quella delle mani, che sono il primo veicolo di contagio, e poi valutare bene i rischi potenziali dei luoghi che ci troviamo a visitare.Secondo Pregliasco, infine, non dobbiamo preoccuparci particolarmente per l’Hantavirus: «Lo conosciamo da anni e ci sono stati altri focolai sempre in Argentina tra il 2018 e 2019. Ci sono anche delle cose positive da notare: questa variante, che è l’unica che si può trasmettere anche da uomo a uomo, ha comunque un’efficacia molto limitata». In altre parole, precisa il virologo, «l’R0 famoso del Covid è pari a 1, quindi un malato ne contagia un altro; con il Covid un infetto ne contagiava 5 oppure addirittura un caso di morbillo ne contagia 15». A essere sfavorevole, aggiunge Pregliasco, è solo il «lungo periodo di incubazione» (arriva a 6/8 settimane) e che «in questa situazione di focolaio potrebbe fare evidenziare qualche altro caso». La speranza è che la risposta sia un’azione coordinata a livello internazionale, dice Pregliasco, che non nasconde un po’ di preoccupazione su questo punto. «Nel recente passato Trump e Milei non hanno facilitato la strutturazione e l’efficacia dell’operatività dell’Organizzazione mondiale della sanità, mentre l’interscambio di informazioni fra Stati è un elemento assolutamente fondamentale». Ad oggi, conclude il virologo, l’obiettivo deve essere limitare al massimo il focolaio di Hantavirus: «Come per gli incendi, i focolai di malattie infettive si riescono a contenere se rimangono focolai: se debordano – e l’abbiamo visto col Covid – le cose poi difficilmente si controllano».
