Matteo Sommacal è alto quasi un metro e novanta, ha il fisico scolpito di chi per anni ha praticato ginnastica artistica. Spalle larghe, postura da atleta: uno fatto per sostenere gli altri. Ieri, invece, sono stati gli amici a fare scudo a lui, dentro e fuori dalla chiesa di San Francesco, a Pegli, dove le bare di sua madre Monica Montefalcone e di sua sorella Giorgia erano una accanto all’altra.
Ha 20 anni e ha perso quasi tutto: la mamma, docente all’Università di Genova, e la sorella maggiore, morte il 14 maggio nelle grotte sommerse delle Maldive con altri tre sub. Al Corriere parla con un filo di voce, ferito da ciò che ha letto sui social e in alcune ricostruzioni sui media.
Matteo, come si regge un dolore così a vent’anni?
«Non lo so. Si va avanti. Mio padre cerca di proteggermi, anche da quello che si legge. I nonni sono fondamentali. E poi ci sono gli amici. Senza di loro sarebbe più difficile».
Che cosa fa più male?
«Le cose piccole. Sapere che non arriva un messaggio. Non sentire le loro voci. Guardare un punto in casa e pensare che dovrebbero essere lì. Le tragedie sembrano enormi viste da fuori. Da dentro ti distruggono nei gesti quotidiani più semplici».