I libri viaggiano. Attraversano il tempo, le stanze, le generazioni. Si posano sulle nostre vite come polvere luminosa e, quando meno ce lo aspettiamo, riaprono ferite, ricuciono memorie, interrogano il presente attraverso il passato. È da qui che parte la conversazione con Christian Raimo: da un’idea semplice e vertiginosa, che la letteratura non serva a ricordare soltanto, ma a capire chi siamo adesso.
La scintilla del libro "L’invenzione del colore" (La Nave di Teseo) nasce da due perdite: quella del padre, morto improvvisamente, e quella della Technicolor di Roma, chiusa dopo aver segnato la vita di generazioni di lavoratori. Un dolore privato che diventa collettivo. “Volevo raccontare una storia che non fosse solo familiare, ma anche politica e sociale. La fine di un’industria è la fine di un immaginario”. E infatti il romanzo non si limita a commemorare: resuscita. Attraverso la scrittura, il padre torna, parla, sogna.
Tra documenti, ricordi e visioni oniriche, emerge un’idea centrale: la storia entra nelle relazioni intime. I referendum, il lavoro, la precarietà attraversano le famiglie, modificano gli amori, i conflitti, le fragilità. E accanto a questa dimensione razionale, Raimo rivendica il potere dell’irrazionale: sogni, associazioni, immagini. Come il colore al cinema, che non riproduce la realtà ma la inventa.
Il dolore è un nodo cruciale. Le generazioni passate lo tacevano; le nostre lo consumano in fretta, senza elaborarlo. “L’arte serve a sostare”, dice. A trasformare il lutto in senso. A costruire relazioni con sconosciuti, vivi o morti. È forse questo il cuore del romanzo: una comunità invisibile di padri, figli, studenti.
E poi la domanda più struggente: dove va l’amore quando finisce? Raimo risponde con immagini visionarie, ma la verità è più semplice. L’amore resta nelle parole, nei racconti, nei libri.
Il vodcast ‘Il piacere della lettura’ con Giulia Carla De Carlo continua su quotidiano.net, nella sezione ‘Libri’ 📚
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