Il Cairo è una di quelle città che ti restano addosso. Ha il vento caldo che sa di spezie e sabbia, il traffico che pulsa come un cuore antico, il Nilo che continua a scorrere ma sembra non muoversi mai. È un luogo in cui le culture non convivono: si intrecciano, si contaminano, si corteggiano. E proprio questo charme sospeso tra mito e realtà diventa la porta d’ingresso dell’intervista a Denise Pardo. Nulla di formale: un dialogo che sa di confidenza e memoria, come quando si parla della città in cui si è lasciato un pezzo di sé.
Pardo racconta "Tornare al Cairo" (Neri Pozza) come si racconta un ritorno interiore. Non è solo la storia di un amore complicato, né il romanzo di una città in bilico tra Oriente e Occidente nella metà del secolo scorso. È la mappa emotiva di un’epoca in cui il Cairo era davvero cosmopolita: un mosaico di religioni, lingue, nazionalità. Un luogo in cui una giovane donna inglese come Kate voleva “diventare beduina” e in cui Hafez, educato in Occidente, poteva ancora credere di vivere tra due mondi senza dover scegliere.
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