La sera del 30 aprile 2020, in un alloggio di Collegno, un ragazzo di 18 anni uccide il padre con 34 coltellate per difendere la madre dall’ennesima aggressione. Quel ragazzo si chiama Alex Cotoia (all’epoca il suo cognome era Pompa, come quello del padre Giuseppe). Il giovane chiama il 112 e confessa: «Voleva ammazzarci. C’è stata una colluttazione, sono riuscito a prendere il coltello».
Poco dopo Alex viene fermato e nei suoi confronti verrà emessa una misura di custodia cautelare per omicidio volontario. Per lui si aprono le porte del carcere: ci rimarrà 22 giorni. Altri 517 li trascorrerà ai domiciliari (parte dei quali in casa di un compagno di scuola che si era offerto di ospitarlo). Cinque anni e cinque processi più tardi, Alex viene assolto con formula piena. Per i giudici ha agito per legittima difesa: quella sera si trovò nella condizione di «uccidere o essere ucciso, non aveva un’alternativa». E ora che la sua vita è ricominciata e sta scorrendo tra affetti e un nuovo lavoro a Treviso, il ragazzo (oggi 24enne) — assistito dagli avvocati Claudio Strata, Enrico Grosso e Giancarla Bissattini — ha depositato in Corte d’appello a Torino un’istanza di riparazione per ingiusta detenzione. In pratica, chiede allo Stato di essere risarcito per quei 539 giorni in cui è stato privato della propria libertà. Poco meno di 18 mesi che lo hanno segnato profondamente e hanno «compromesso la sua vita».
