Luis ha fatto capire di non apprezzare la mediazione giornalistica
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Prima di immergerci nel Mondiale, che racconterà un calcio diverso perché le nazionali sono meno orchestre, ma certe improvvisazioni possono arrivare a livelli sublimi, archiviamo la stagione dei club nel segno di Luis Enrique, che con la terza Champions vinta ha scalato molti gradini nella graduatoria dei migliori allenatori della storia. Ci sono cose che vanno oltre i trofei tra i parametri con i quali giudichiamo un tecnico, perché i trofei li vincono i giocatori forti e può capitare che un allenatore bravissimo non riesca mai ad averne abbastanza.Succede anche più di rado, però, che un tecnico riesca a convincere i suoi giocatori forti a mettersi al servizio l’uno dell’altro, a condividere lo sforzo senza chiedersi chi ne sta mettendo un po’ di più e chi un po’ di meno perché sa che alla prossima partita le parti si invertiranno. È il discorso di Al Pacino in purezza, quello che dà il titolo a questa rubrica: il concetto di squadra che attraverso la fusione delle individualità riesce comunque a esaltarle. Luis Enrique col Paris St.Germain ha scritto una nuova pagina gloriosa di questo libro, il cui spessore, beh, è piuttosto sottile.Mi piace sottolineare che a esserci riuscito è un tecnico che non allena i giornalisti. Luis Enrique non stima la categoria e non si preoccupa di nasconderlo. Sa che all’interno del microcosmo di squadra succedono tante cose che restano lì dentro, e che soltanto una visione a 360 gradi – la sua e di chi appunto sta lì dentro – consente una comprensione piena. Chi la deve raccontare lavora sulle fonti con un certo grado di fantasia deduttiva, chiamiamola così; il suo compito è di avvicinarsi il più possibile alla verità, e più volte in passato – per esempio quando, durante l’ultimo Mondiale, inaugurò da c.t. della Spagna una specie di podcast quotidiano per far conoscere la sua verità in alternativa a quella che raccontavano giornali e tv – Luis ha fatto capire di non apprezzare la mediazione giornalistica. Non per questo la sua grandezza non gli viene riconosciuta, e i trofei c’entrano ma fino a un certo punto: di quanti allenatori diciamo che vincono perché il club compra loro i giocatori migliori? Succede anche a Luis Enrique, ma nessuno si sogna di limitarne i meriti.È molto chiaro che la sua capacità, direi il suo desiderio di uscire continuamente dalla comfort zone inventandosi qualcosa di nuovo, è ciò che l’ha portato lassù. Quando parla del livello della Champions League, Luis racconta una verità plateale: affronta colleghi così capaci che ogni soluzione adottata in gara al 90’ è irrimediabilmente vecchia, perché chi l’ha subita elaborerà entro il match successivo la contromossa giusta. In tanti ormai ragionano così, e se è vero che il primo a farlo è stato Guardiola è altrettanto vero che Luis Enrique s’è ormai affrancato dall’ombra del grande maestro. Perché ha vinto tre Champions come lui, e i titoli contano, perché ha sedotto una compagnia di campioni fondendoli in una squadra, perché è un uomo agro, privo di schermi protettivi. Un uomo arrivato in cima, ma che nessuno di noi invidia. E la tragedia che ne ha segnato l’esistenza l’ha depositato in una terra sconosciuta, quella in cui nulla ti può più far male, figuriamoci una sconfitta.