Parla una donna pakistana che abita nel palazzo dove è morto Fakir
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«Ho visto quei quattro infermieri sotto al sole e allora sono uscita di casa, ho portato loro delle bottiglie d’acqua… c’era anche una signora che piangeva tantissimo, il mio è stato un gesto naturale». Parveen Akhrar, casalinga, è una pakistana di 73 anni che vive al civico 2 di via Italo Svevo a Bologna. È una delle testimoni di quel è successo domenica mattina in quel cortile su cui s’affacciano le finestre del suo appartamento al primo piano. Non ha visto tutto, ma quello che le è rimasto impresso lo vuole assolutamente raccontare ai giornalisti davanti l’ingresso. Sebbene nel nostro Paese da anni, dal 1994, a tradurre domande e risposte è la figlia Nassem. Parveen, domenica a che ora ha visto arrivare Abderrahim? «Saranno state le 9 e 30, forse le 10. È sceso dalle scale che dal parco portano al cortile, urlava di continuo di aiutarlo e di chiamare un’ambulanza e la polizia. Dopo è rimasto seduto per un bel po’ e infine si sdraiato sul cortile». Sanguinava? «No. E non era nemmeno ubriaco. Secondo me stava semplicemente male». Poi? «Un signore a bordo di una motocicletta ha visto la scena, si è fermato, si è tolto il casco e ha fatto una telefonata, credo al centralino d’emergenza». Dopo che è successo? «Tra le 1o e 30 e le 11 è arrivata un’auto delle forze dell’ordine — non sa dire se della polizia o dei carabinieri, ndr — da cui sono scesi un uomo e una donna». Che hanno fatto? «Sono stati lì un po’ ma non so dire se siano rimasti. Sono rientrata in casa per riaffacciarmi tempo dopo». A questo punto ha notato ancora qualcosa? «Il ragazzo era stato spostato, venti o trenta metri più a destra. C’era l’ambulanza e c’era gente attorno a lui. Credevo lo stessero soccorrendo. Cosa fosse davvero accaduto l’ho saputo quando sono scesa. Lo hanno coperto con un telo. Ho chiesto a qualcuno cosa fosse successo è mi hanno detto che era morto».Signora, ha visto quel video? (Risponde la figlia) «Ho preferito non mostrarglielo. Era troppo scossa».