Capelli curati e vestiti intonsi, ci viene incontro stringendoci la mano con garbo. Non si direbbe che abbia trascorso la notte dormendo all’esterno di un supermercato. Ci sediamo su una panchina lungo la passeggiata del Talvera, cinque minuti a piedi dal centro di Bolzano. Lo sguardo è rivolto verso alcune cime ancora imbiancate, nonostante stiamo andando verso l’estate.
Da quando a fine aprile in Alto Adige hanno chiuso i centri emergenza freddo, Youssef (nome di fantasia) dorme all’esterno di un supermercato nella zona industriale del capoluogo altoatesino. Durante il giorno lavora in un albergo del centro, fa le pulizie. Contratto e permesso di lavoro in regola. Eppure il suo tetto sono le stelle, il suo letto un cartone. «Mi sono svegliato alle 7.30, ma ho dormito solo tre-quattro ore. Non è semplice prendere sonno perché ho sempre tanti pensieri per la testa e queste mi fanno male». Parla delle braccia, affette da una malformazione genetica. Ce le mostra alzando le maniche del giubbotto. Sono da poco passate le 9 e l’aria è ancora frizzantina.
Youssef ha 31 anni anche se, racconta, «mi sembra di averne il doppio per tutto quello che ho vissuto». Ne ha dieci in meno quando, nel 2016, lascia il Marocco e la famiglia (mamma, papà, due sorelle e un fratello gemello) per raggiungere l’Europa: «Sono partito con il sorriso e pieno di speranze, anche perché dalla televisione sentivo parlare bene dell’Europa. A Fez vendevo sacchetti di plastica e spesso recuperavo da mangiare dalla spazzatura».