Da anni verso le otto e mezza del mattino, davanti al cancello della cittadella di piazzale Clodio, si ferma un taxi, da dove un avvocato, un omone grande, aiuta a scendere una signora anziana. Poi la coppia si avvia, con tutta la pazienza del mondo, verso una delle tante aule del Tribunale, parlottando, confabulando, spesso animatamente, di cause, arresti, sentenze. Lei suggerisce, lui ascolta e, infine, replica. Appena arrivati in udienza, lei, Francesca De Pace, 92 anni, si siede all’ultima fila. Da lì, lanciando occhiate d’approvazione spesso e di disaccordo talvolta, osserva suo figlio, l’avvocato Paolo Gallinelli, 61 anni, un principe del foro romano, arringare, interrogare testimoni o imputati, scontrarsi con il giudice, o i colleghi avvocati, o il pm.
«Senza di me Paolo non andrebbe da nessuna parte – dice divertita la signora Francesca, rimasta vedova nel 2010 – lo consiglio, lo sostengo, e, lo confesso, è proprio uno spasso assistere mio figlio mentre fa l’avvocato». Anche lui, nel bel mezzo del dibattimento, si svolta per cercare un segno d’approvazione della mamma: «Se mamma mi sorride, capisco che il processo sta andando nel verso giusto. E mi gaso, come succedeva quando mi veniva a vedere giocare a pallone. Se invece fa qualche smorfia strana, allora intuisco che si è messa male. E purtroppo quasi sempre mamma ha ragione». Madre e figlio bazzicano da un’aula e l’altra tutto il mattino senza sosta. «Certo, ogni tanto mi serve, però, riposare, e allora Paolo mi siede accanto, aspettando che riprenda le forze – ammette mamma Francesca – Solo nei processi dove si dibatte su abusi edilizi e tasse mai pagati, cose noiosissime, allora mi addormento. Tanto chi mi vede?».
