L’addio forzato alla squadra
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Se il paesaggio della crisi del calcio italiano è affollato di ultra 70enni, e al discorso su un sistema che invariabilmente protegge se stesso andrebbe aggiunto quello su una generazione di dirigenti che stenta a esprimere 40enni di personalità, altrove nel mondo l’età avanzata suscita tenerezza e anche solidarietà, perché il richiamo della nazionale avviene a discapito della propria salute. Negli ultimi dieci giorni l’Italia ha quasi monopolizzato le nostre attenzioni. Quasi. A margine del discorso azzurro lo sguardo si è posato anche sul volto invecchiato e dimagrito di Mircea Lucescu, che a 80 anni è uscito dall’ospedale dove si sta curando per non meglio precisati problemi di salute – ma non erano leggeri, a vederlo – perché la Romania doveva affrontare il primo step del playoff in Turchia, e lui non se la sentiva di lasciare ad altri il compito di guidarla. I romeni hanno perso 1-0 sul campo bollente del Besiktas, a Istanbul, che Lucescu conosce bene per aver allenato il club turco. Ma anziché tornare a curarsi Mircea è rimasto con i suoi giocatori, perché comunque chi perdeva la semifinale del playoff doveva giocare un’amichevole con l’altra sconfitta. E domenica, previgilia di Slovacchia-Romania, Lucescu è svenuto in campo durante l’allenamento. Subito soccorso, è stato trasportato all’ospedale dove gli è stato impiantato un defibrillatore. Ieri mattina stava per uscire quando un infarto l’ha colpito: ora è nuovamente ricoverato nel reparto di chirurgia e le sue condizioni sono definite molto serie.Troverete in tutto il mondo persone affezionate a Lucescu, che ha lavorato ovunque e spesso con ottimi risultati, si è emancipato molto presto dal calcio chiuso dell’Europa dell’Est grazie alle sei lingue imparate da ragazzo, e ha sempre aggiunto cultura e umanità al suo magistero calcistico. Giravano ieri notizie mal scritte sul suo forzato addio alla Romania, parlando di esonero quando è evidente a tutti che sono state le sue condizioni di salute a imporre la chiusura del rapporto. Non a caso il presidente federale, in fondo al comunicato, scriveva che appena Lucescu starà meglio verrà studiato un nuovo ruolo per lui all’interno della Federcalcio romena. A succedergli in panchina non potrà che essere Gheorghe Hagi, un tempo giocatore meraviglioso lanciato proprio da Lucescu, e che dai suoi giorni ruggenti ha portato nel presente il residuo carisma.Nella speranza che Mircea si rimetta al più presto, chi l’ha seguito ai tempi del Brescia romeno – prima metà anni 90, c’erano Hagi, Sabau e Raducioiu – non riuscirà mai a spiegarsi una retrocessione così ben giocata. Fu comunque un’occasione per conoscere Mircea, ed è certamente vera la sua capacità di “allenare i giornalisti”, nel senso di rendersi interessante e piacevole godendo così di buona stampa. Ma alla base di tutto c’era il cuore come si è visto in questi giorni, quando si è alzato dal suo letto malgrado l’opposizione dei medici perché era la Romania a chiamarlo. E ora siamo tutti trepidanti a sperare che le conseguenze di tanto amore non siano così gravi.
