Due sedie vicine. Due mani che si cercano senza guardarsi. Una resta ferma, l’altra la sfiora. Giuseppe ride piano. Costantino inclina la testa, come a dire sì. Il numero 100 è alle spalle: lucido, colorato. Gonfio d’elio e di ricordi. Sacra Famiglia. Quando arrivano sono bambini. Scuole elementari. Scarpe dure, poche parole, uno zaino leggero. Lì si resta. Si cresce. Si impara a stare al mondo. Oggi hanno cento anni. Un secolo condiviso nello stesso perimetro, negli stessi corridoi, nella stessa comunità.
Giuseppe Galli entra a 6 anni. Il padre con altri cinque figli, la guerra che si porta via tutto, la madre che muore di parto. Impara a fidarsi. Sorriso istintivo, disarmato. Parla con tutti. Si fa voler bene e pare non faccia fatica. Costantino Casati arriva poco dopo. Più chiuso, tenebroso. Diffidente. «Tino Scatola guarda poi decide cosa fare», capisce subito Giuseppe. Quel soprannome — Scatola — lo sceglie con cura. Hanno entrambi un ritardo cognitivo ma questo non impedisce di cogliere l’essenza. Costantino ha mani precise che non perdono un colpo, negli anni impara più di un mestiere. Vetraio. Falegname. Operaio. «Lasciami fare», dice al suo amico. E Giuseppe gli dice sempre di sì. Giocano, si sostengono, si conoscono, si appoggiano l’uno sull’altro.
Giravano per la comunità tutto il giorno da piccoli. Ceramica, legno, vetro. Lavoro e fuga nello stesso gesto. Una volta in falegnameria dovevano sistemare una sedia. Giuseppe prende gli attrezzi, stringe, gira, prova, non riesce. Costantino guarda. Poi si avvicina, fa ballare la sedia, tocca una vite, la toglie, la rimette. «A posto».
Ognuno aveva un compito, un turno. Apparecchiare. Portare via. Sistemare i letti. Ma anche far ridere tutti. Mezze frasi, dialetto milanese, gesti. Anche oggi che hanno cent’anni. Giuseppe parte con una parola, Costantino annuisce. «Lui capisce», dice Giuseppe. «Sempre», risponde l’altro.