Venti le persone arrestate in flagranza per spaccio, sequestrati 600 grammi di cocaina. Coinvolte anche attività come phone center e money transfer. I consumatori si facevano vivi con Whatsapp
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Una maxi operazione antidroga della Polizia di Stato di Piacenza, coordinata dalla locale Procura della Repubblica, ha portato all’arresto di venti persone e un’indagine a carico di altre 19. Gli accertamenti hanno permesso di ricostruire una enorme rete di spaccio di cocaina a Piacenza, condotta da cittadini albanesi con il supporto di cittadini italiani e di esercizi commerciali phone center e money transfer compiacenti.A carico degli indagati sono emersi, a vario titolo, attività di traffico di cocaina, riciclaggio e autoriciclaggio del provento dello spaccio, oltre alla falsificazione di strumenti di pagamento, alla sostituzione di persona e al favoreggiamento personale. L’indagine compendia un’attività investigativa svolta dalla Squadra Mobile di Piacenza tra il 2021 e il 2025 in merito a un’amplissima rete criminale dedita allo spaccio al dettaglio di cocaina in città.L’attività di spaccio veniva portata avanti senza soluzione di continuità da una rete composta da una moltitudine di cittadini albanesi, quasi sempre sconosciuti nelle banche dati delle forze di polizia, e inviata dal gruppo criminale dall’Albania a Piacenza per lo spaccio al dettaglio.L’impresa criminale investigata ha, infatti, ideato uno stratagemma particolarmente ingegnoso per proteggersi. Gli spacciatori si muovevano come semplici passanti o turisti presenti da poco in città, mentre gli acquirenti avanzavano la richiesta di sostanza mediante messaggistica WhatsApp indirizzata a utenze mobili italiane che, di volta in volta, cambiavano. Il centralinista che gestiva tale utenza, recepita la richiesta e ottenuta una sommaria descrizione fisica dall’acquirente stesso, contattava con altra utenza lo spacciatore in quel momento attivo sul territorio, facendo in modo che consumatore e pusher si incrociassero e avvenisse istantaneamente la cessione, senza necessità di presentazioni o di lunghe contrattazioni: si trattava quindi di una modalità di spaccio che preservava sia l’identità dello spacciatore che la reale dinamica di come avvenisse la cessione.Lo spaccio non era quindi «da strada», fenomenologia criminale marginale a Piacenza in particolare per quanto riguarda la cocaina, ma avveniva attraverso una triangolazione tra domanda e offerta grazie a intermediari attivi da remoto. Lo spacciatore deputato alla consegna spaziava nel contesto cittadino, viveva «la città» come una persona normale, frequentando bar, locali pubblici, parchi verde, alloggiando in strutture ricettive piuttosto che prendendo addirittura in locazione un immobile. Non, quindi, secondo la modalità tipica in cui lo stesso aspetta – stanziale – l’arrivo del cliente, come in zone di campagna o nascosto in vecchi casolari abbandonati, né nei locali, dove stabilmente dimorano e in cui essere raggiunti dagli assuntori e neppure su veicoli nella propria disponibilità per spostarsi e raggiungere i clienti (eccezion fatta per biciclette o monopattini, usati solo per muoversi con più rapidità).
