Palazzolo Acreide, la casa di Pippo Fava, San Paolo e San Sebastiano

di Furio Piccione

Palazzolo Acreide, la casa di Pippo Fava, San Paolo e San Sebastiano

| martedì 21 Luglio 2026 - 02:26

Nella Sicilia interna per la festa del compatrono di Palazzolo, tra la casa del grande giornalista tragicamente scomparso, accompagnati da Gianni Malignaggi e i suoi amici

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(di Luca Marconi) Le feste di San Sebastiano e di San Paolo a Palazzolo Acreide si perdono nella notte dei tempi. Il culto di Sebastiano comincia nel 1414 quando una statua del Santo scampò miracolosamente a un naufragio, miracolo che si ripetè nel 1663 quando il terremoto che rase al suolo Noto distrusse anche Palazzolo e un Sebastiano ligneo fu ritrovato perfettamente intatto su un cumulo di detriti. Mentre San Paolo sostituì l’originaria Madonna Odigitria. Entrambe le ricorrenze sono iscritte nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia. La contrapposizione tra i devoti di San Sebastiano (detti Sammastianisi) e quelli di San Paolo (detti Sampaulisi) si basava su ragioni sociali: la fazione di San Paolo rappresenta anche parte dell’aristocrazia, la classe dei baroni, i grandi proprietari terrieri e il clero della Chiesa Madre. La Basilica eretta nella parte alta della cittadina invece era scelta soprattutto dal popolo minuto, ma da entrambe le parti si trovava il mondo contadino o la classe media anche per ragioni di nascita, di pura appartenenza territoriale, influenze comprese. Rispetto alle descrizioni di autori come Giuseppe Pitrè e Antonino Uccello, doverosamente ricordate dall’ex assessore Gianni Malignaggi, le celebrazioni hanno subìto naturalmente un’evoluzione: le feste si sono trasformate in grandi eventi culturali e turistici. In particolare, la replica estiva di San Sebastiano (il 9 e 10 agosto) è cresciuta a dismisura anche per facilitare il ritorno degli emigrati. La storica ostilità si è attenuata, trasformandosi in una competizione bonaria focalizzata sulla spettacolarità e sulla raccolta di offerte. Oggi le due comunità celebrano rispettivamente i propri Santi in due date clou (fine giugno per San Paolo, agosto per San Sebastiano) collaborando spesso per la tutela del patrimonio immateriale locale. Restano immutati gli elementi folkloristici più intensi, come l’uscita trionfale (la Sciuta), il lancio delle nzareddi (strisce di carta colorata) e l’offerta dei bambini sollevati verso i simulacri.​​L’antropologo e poeta Antonino Uccello (fondatore della celebre Casa Museo di Palazzolo Acreide) ha dedicato studi fondamentali alle feste iblee, descrivendo la ritualità di Palazzolo come lo specchio autentico della civiltà contadina e della cultura materiale siciliana. Nello specifico del suo saggio "La Festa di San Paolo a Palazzolo Acreide" (1974) e delle sue ricerche sul campo, Uccello vedeva la festa patronale non come un semplice evento religioso, ma come l’apice esistenziale dell’anno. Celebre è la sua introduzione: «Chi attraversa la Sicilia di piena estate, va inevitabilmente incontro a paesi ornati da arcate e trofei di lampade… È la grande estate siciliana… è l’estate in cui ogni paese celebra in Sicilia la festa in onore del suo Santo Patrono…» . Per l’antropologo, la festa estiva rappresentava un momento di riscatto sociale e psicologico dalle fatiche estenuanti del lavoro nei campi e della mietitura. E poi, San Paolo Taumaturgo e i serpenti: Uccello analizzò a fondo la figura di San Paolo come santo protettore della campagna e guardiano contro i morsi delle vipere, quindi nei suoi scritti descrive i Ciaulari: individui che la credenza popolare riteneva immuni dal veleno per intercessione di San Paolo. E le Cudduri: grandi ciambelle di pane votivo decorate con serpenti di pasta a rilievo, benedette e poi vendute all’asta, per Uccello un perfetto sincretismo tra paganesimo e cristianesimo. E il frastuono come rito apotropaico: rispetto alla spettacolarità odierna, Uccello ricorda che il frastuono assordante dei mortaretti e delle bombe della Sciuta aveva una precisa funzione magico-religiosa: serviva a scacciare i demoni, gli spiriti maligni e la sfortuna dai raccolti attraverso il caos sonoro. Storicamente è esistita una fortissima e costante tensione tra l’autorità ecclesiastica ufficiale (vescovi e clero colto) e i comitati o i devoti popolari, gestori di quelli che la Chiesa considerava veri e propri eccessi pagani.L’antropologia siciliana, partendo da Giuseppe Pitrè fino a Uccello, ha ampiamente documentato come la gerarchia ecclesiastica abbia tentato per secoli di "addomesticare", purgare o vietare i lati più arcaici e magici delle feste iblee, scontrandosi con la fiera resistenza delle comunità locali. Ad esempio la Chiesa considerava contrari alla morale cristiana e alla decenza liturgica alcuni comportamenti tipici dei portatori della vara (la pesante struttura che sorregge il simulacro del santo), i portatori tenevano

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