Processo a Roberto Zorzi, accusato di essere l’esecutore materiale: pm e avvocati verificano l’attendibilità dei dettagli
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Hanno osservato facciate, attraversato passi carrai e analizzato rifiniture. Cristallizzato misure degli infissi e calcolato altezze di soffitti e pertugi. Camminato avanti e indietro, contato gradini interni, scoperto vani e toccato con mano la stabilità di porticine e portoni. Da Brescia a Verona. Oggi. Ma per tornare a 52 anni fa, a caccia dei dettagli messi a verbale — e ribaditi in udienza, a dibattimento — da Ombretta Giacomazzi, la ex ragazzina bresciana diventata superteste della Procura nel processo in corso a carico di Roberto Zorzi, veronese all’epoca ventenne, imputato di essere uno dei presunti esecutori materiali della strage di piazza Loggia. Per valutarne ulteriormente l’attendibilità la Corte d’assise (presidente Roberto Spanò), i pm e gli avvocati di parte civile e difensori hanno raggiunto i luoghi in cui la testimone dice di essere stata, sedi di presunte riunioni eversive per pianificare attentati, prima che il 28 maggio scoppiasse una bomba in piazza Loggia. Incontri che avrebbero visto, seduti allo stesso tavolo, militari — dal capitano Francesco Delfino, che più volte l’avrebbe «minacciata» affinché tacesse, pilotandone le deposizioni, al collega Angelo Pignatelli, per esempio, fino al livello «atlantico» — e giovani leve dei movimenti eversivi di destra pronti all’azione. Lì, davanti a Delfino sarebbe stato organizzato un attentato (mai fatto) alla discoteca Blue Note di Brescia. (Qui l’articolo completo di Mara Rodella)
