Barcellona contro Real. Perché non è solo calcio

di Furio Piccione

Barcellona contro Real. Perché non è solo calcio

| sabato 24 Ottobre 2026 - 09:28

Barcellona contro Real. Perché non è solo calcio

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Ciascuno di noi ha il suo evento del cuore, quello al quale non vorrebbe mai mancare: il mio è una partita di calcio, com’è anche logico visto il mestiere che ho scelto, si gioca almeno due volte l’anno e il primo atto va in scena domani sera. Negli anni belli in cui la guerra ci sembrava un orrore distante nel tempo, mentre dopo l’aggressione russa all’Ucraina ora la avvertiamo vicina nello spazio, Barcellona-Real Madrid veniva serenamente caricata dei toni bellici propri di una rivalità che non era e non è soltanto sportiva. Abbiamo assistito nove anni fa a un tentativo velleitario ma ugualmente rilevante di indipendenza da parte della Catalogna, il leader catalano Carles Puigdemont è riparato all’estero per sfuggire all’arresto e soltanto in questi giorni la magistratura ha revocato l’ordine relativo, consentendogli almeno teoricamente di rientrare in Spagna. La brace sotto la cenere però non è spenta, perché nella regione di Barcellona i separatisti sono maggioritari: lo è il presidente del Barça Joan Laporta, lo è Pep Guardiola che dopo Manchester è tornato a vivere in città. In un clima che non è più bollente, ma rimarrà per sempre velenoso, la squadra di calcio del Barcellona è tornata a essere “l’esercito disarmato della Catalogna”, come la definì una volta il grande scrittore Manuel Vasquez Montalban. L’arma propagandistica migliore di un popolo che si sente vessato da Madrid, un po’ per ragioni storico-culturali – basterà dire che il catalano non è un dialetto, ma una vera e propria lingua – e un po’ per gli egoismi insiti in ogni separatismo: la Catalogna è la regione più ricca di Spagna, e vorrebbe amministrarsi da sé.Autodefinitosi “mes que un club” a intendere questo ruolo di rappresentanza in senso lato politica, il Barcellona ha storicamente rovesciato il paradigma iper agonistico del calcio spagnolo – i più anziani ricorderanno “le furie rosse” – in un futbòl elegante e palleggiato di ispirazione olandese (fu Johan Cruijff a portarlo in Catalogna) e sviluppo originale nel quale Guardiola ha avuto tanta parte. Il paradosso è che adottando lo stile di gioco catalano, e gli uomini che lo mettono in pratica da Xavi e Iniesta a Yamal e Pedri, la Spagna ha portato a casa negli ultimi vent’anni due Mondiali e tre Europei. Un bottino favoloso.Il Real Madrid e il suo presidente Florentino Perez mal sopportano tutto questo, com’è logico che sia in una situazione così competitiva, e dopo due campionati consecutivi stravinti dai catalani il ritorno di José Mourinho a Madrid segna il tentativo estremo di bloccare l’emorragia, anche con le arti oscure – ovvero la dialettica contundente – delle quali il portoghese è maestro. Ha già cominciato richiamando le malefatte del Barça in tema arbitrale – argomento peraltro reale – vedremo cosa s’inventerà oggi nella conferenza stampa della vigilia. Il suo problema è che l’altra volta, nel periodo 2010-2013, aveva un rivale della personalità di Guardiola da combattere, ma al quale anche appoggiarsi per innalzare il livello dello scontro. La leadership del tedesco Hansi Flick, ottimo allenatore ma personaggio volutamente grigio, smorza i conflitti anziché accenderli, e questo limita l’effetto degli incantesimi di Mourinho. Domani sera nel Camp Nou rinnovato il Barcellona parte con 6 punti di vantaggio già accumulati in 9 partite. Dovesse aggiungerne altri tre, la Liga sarebbe indirizzata già a fine ottobre. Il Real scatenerà tutti i suoi demoni pur di evitarlo, e questo, beh… che spettacolo!

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