Il salario giusto, non quello minimo, come architrave del decreto Lavoro approvato dal Consiglio dei ministri. Il tutto nelle parole della premier Giorgia Meloni, che spiega cosa si intenda per salario giusto: si tratta di quello stabilito dai contratti collettivi. Non tutti, però, solo quelli sottoscritti dai sindacati comparativamente più rappresentativi.
Tradotto: "Crediamo nella contrattazione e pensiamo che questa sia il parametro di riferimento per definire il salario giusto", sottolinea la presidente del Consiglio, la quale afferma anche che, viceversa, il salario minimo orario, non riferendosi al trattamento economico collettivo ma alla paga, appunto, oraria, rischierebbe di abbassare stipendi e diritti invece di alzarli.
Vorrebbe essere questo, invece, l’intento del terzo decreto Lavoro consecutivo varato da questo governo nei dintorni del Primo Maggio. Un provvedimento da quasi un miliardo di euro che prevede, tra le altre misure, norme di contrasto al caporalato digitale e la proroga fino a fine anno di alcuni bonus, come quelli per le assunzioni dei giovani under 35, di donne lavoratrici svantaggiate e nell’area ZES. Che, appunto, potranno ottenere solo le aziende che applichino il salario giusto.
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