Non c’è stato soltanto il confronto con Papa Leone, dal quale è uscito con le ossa rotte: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in questi ultimi mesi – e settimane – è stato protagonista di un continuo di uscite autodistruttive sul piano della comunicazione, che seguono le tensioni con l’Ice a Minneapolis a gennaio e prima ancora, quando si capì che il suo punto di contatto emotivo con una buona parte dell’opinione pubblica americana si era esaurito.
Preoccupa la mancanza di freni inibitori nelle sue uscite, che hanno subito sia una accelerazione che un deciso peggioramento nella ricerca di iperboli («riporteremo quei figli di puttana all’età della pietra, cancelleremo la loro civiltà», ha detto riferendosi agli iraniani). Le uscite sono talmente tante da consentire l’identificazione di categorie provocatorie diverse.
È quel misto di mania di grandezza e propensione ad attaccare briga che caratterizza il comportamento dell’inquilino della Casa Bianca, di colui cioè, che una volta era considerato il leader dell’Occidente.
Un tempo, la funzione presidenziale veniva esercitata sempre con distacco, moderazione (magari ipocrisia) ma mai sopra le righe. Non ricordo di aver visto mai un «boasting», un «farsi bello» da solo nei presidenti americani che ho seguito a partire da Ronald Reagan. E se questo tratto provocatorio in Trump ha raggiunto vette del tutto inaspettate, occorre rilevare un fattore molto importante, direi un fattore svolta, già evidente alcuni mesi fa: quel suo atteggiamento volgare, aggressivo, inusuale che una volta faceva presa su una buona parte dell’opinione pubblica, oggi continua a non funzionare come a gennaio e anzi peggiora.
