Un perdurante, divorante disagio mentale. Che aveva causato plurimi ricoveri. Una malattia curata in parte. O quantomeno i servizi sociali se lo son perso. E alla fine, la Svizzera in forte imbarazzo e crisi d’immagine dopo l’ennesimo episodio di presunti insospettabili cittadini che distribuiscono morte, l’ha rivisto in azione appunto come killer, come cecchino.
Lui, il 43enne. L’assassino di Maria Spinelli, che s’è presto costituito, un reo confesso anziché una preda stanata da un’indagine esemplare come pare la polizia millanti. Mirava e faceva fuoco, sì, a ripetizione, nella notte tra sabato e domenica scorsi all’ippodromo di Aarau, ma privo d’un piano (e anche privo di precisione) altrimenti sarebbe arrivato a evento in corso e non quando esso era terminato da mezz’ora, alle 2.10.
Tra le 2.30 e le 2.40 Maria era ancora ferma in attesa d’un amico dee-jay il quale s’era attardato a salutare dei conoscenti. Dovevano far tappa in un locale. Il killer sparava con due armi compreso forse il fucile rimastogli in eredità dopo il servizio di leva e il lungo periodo, anche oltre i 40 anni d’età, della maggioranza degli svizzeri inquadrati in una sorta di riserva con periodici addestramenti. Mancavano obiettivi dichiarati perché lo erano tutti quanti i giovani, 3.500, che partecipavano a quel super evento, un rave party sulla spianata dell’ippodromo, nella zona sportiva della cittadina da 23 mila abitanti e cento nazionalità diverse iscritte all’anagrafe.