Processo d’appello Turetta, gli avvocati della famiglia Cecchettin: «Riconosciuto movente di genere»

di Furio Piccione

Processo d’appello Turetta, gli avvocati della famiglia Cecchettin: «Riconosciuto movente di genere»

| domenica 16 Nov 2025 - 12:29

I legali Nicodemo Gentile e Stefano Tigani all’udienza in aula bunker a Mestre dopo la rinuncia di procura e imputato a impugnare la sentenza di primo grado

Mirco Toniolo Rbmultimedia / CorriereTv

«Io ritengo che la Corte di fatto abbia riconosciuto il cosiddetto movente di genere: questi uomini spesso uccidono perché vogliono punire `l’insubordinazione´ della donna che non risponde più alle loro aspettative». Lo ha detto l’avvocato Nicodemo Gentile, legale di parte civile per Elena Cecchettin, sorella di Giulia, prima dell’udienza di appello sull’omicidio di Giulia Cecchettin nell’aula bunker di Mestre (Venezia) che ha reso definitivo l’ergastolo a Filippo Turetta. Con la rinuncia all’appello su crudeltà e stalking anche da parte della Procura generale «l’esatta qualificazione del fatto purtroppo è sfuggita, però ci sono delle ragioni anche `metagiuridiche´, per quanto riguarda anche la famiglia Cecchettin, che sono state abbondantemente esternate e che ci dicono che comunque ormai le polveri del contraddittorio, dell’agone tecnico sono bagnate e quindi è meglio fermarsi qui», ha spiegato Gentile. Questo «non significa non ricordare più Giulia: si ricorderà fuori dalle aule, così come sta facendo il papà Gino e tutta la famiglia e si continuerà in questa battaglia. Avete visto in questi giorni anche la grande battaglia sulla educazione affettiva e sessuale nelle ore di scuola». Insomma «la memoria di Giulia viene così onorata con un impegno diverso». Parti civili e Procura ritenevano «che l’esatta qualificazione dei fatti non c’era stata, mancavano ancora dei pezzi, però dobbiamo anche dare atto che la sentenza di primo grado è una sentenza che comunque dà degli spunti importanti: riconosce un’aggravante come quella della premeditazione, che è una delle più gravi che sono previste dal nostro ordinamento, e soprattutto di fatto riconosce i motivi abietti, motivi arcaici,
dice la Corte, che hanno portato a sopprimere Giulia – ha concluso – e tutte le sue spinte, anche quelle più semplici di autodeterminazione».

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