Finché ha potuto, Renato “Italiano” Romagnoli ha scelto le scuole e i giovani per spiegare cos’è stata la Resistenza. «Cerco di tramandare quello che abbiamo fatto, che era sì terribile ma di cui sono orgoglioso». I più «tremendi» quelli delle elementari, che gli chiedevano quante persone avesse ucciso in quegli anni. «Gli rispondevo dicendo che se nella vita uccidi vai in galera, in guerra ti danno le medaglie. È il peggior dramma dell’umanità». Di medaglie lui ne aveva ricevuta una, importante, d’argento al valor militare per aver combattuto nella battaglia di porta Lame del 7 novembre 1944 e in quella della Bolognina del 15 novembre. Una medaglia che non ha mai spazzato via i tormenti di una vita. «Ancora adesso dormo agitato. Mia moglie mi chiede che succede e io mi invento sempre qualche scusa», raccontava.
È stato l’ultimo presidente partigiano dell’Anpi di Bologna, dopo di lui Anna Cocchi, nata negli anni successivi alla Liberazione. Nato sotto le Torri il 20 dicembre 1926 stava per compiere 100 anni, ma è morto prima, in un caldo giorno di maggio. Da giovane operaio della Ducati, si iscrisse presto al Pci e finì in galera dopo la caduta del regime fascista. Dopo la licenza all’istituto d’avviamento professionale diviene operaio alle Officine Civolani della Bolognina. Sul finire del 1942, a 16 anni, aderisce al Pci a cui resterà iscritto fino al 1982, qualche anno dopo l’intervista di Giampaolo Pansa a Enrico Berlinguer, «dove disse che si sentiva più al sicuro con la Nato: non mi colpì più di tanto». Dopo la caduta del regime fascista, viene arrestato il 27 luglio 1943 e in carcere ci resta fino al 17 settembre. Si sposta sulle montagne venete per formare i primi gruppi partigiani del posto, poi il 7 aprile 1944 ritorna a Bologna e diviene componente della 7ª Brigata Garibaldi GAP. Diventerà uno dei principali protagonisti della Resistenza in città.