La Strage di Bologna

di Jack Sentenza

La Strage di Bologna

| sabato 02 Agosto 2025 - 00:01

Bologna, 2 agosto 1980, ore 10.25

Una bomba esplode alla Stazione di Bologna nella sala d’aspetto di 2ª classe, causando 85 morti e più di 200 feriti. È il più grave atto terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra.

Come esecutori materiali saranno individuati alcuni terroristi di estrema destra appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari, tra cui Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Fatto forse ancor più rilevante, si scopriranno i collegamenti fra la criminalità organizzata, la loggia massonica P2 e i servizi segreti deviati per mettere in atto quello che risulterà essere il più imponente depistaggio di un’indagine della magistratura italiana.

Nell’immediatezza dell’attentato la posizione ufficiale sia del Governo (allora presieduto da Francesco Cossiga), sia delle forze di Polizia, fu quella dell’attribuzione dello scoppio a cause fortuite, ma subito dopo, a fronte dei rilievi svolti e delle testimonianze raccolte sul posto, apparirà chiara la natura dolosa dell’esplosione. Molti anni dopo, in un’intervista televisiva, il magistrato Libero Mancuso (video) affermerà con assoluta certezza che i depistaggi erano già iniziati pochi minuti dopo la strage, fatto che peserà in maniera decisiva sulle attività investigative visto che, essendo stata esclusa l’ipotesi di un attentato, agli esecutori materiali venne dato tempo sufficiente per dileguarsi indisturbati.

Nella seconda fase, quando la magistratura seguiva già la pista del terrorismo nero, agli inquirenti giungeranno notizie e segnalazioni in base alle quali i sospetti sarebbero stati da rivolgere oltre confine; vecchie informazioni riciclate e voci completamente infondate dovevano far convergere gli inquirenti sulla tesi di un complotto internazionale che coinvolgeva terroristi stranieri e italiani latitanti all’estero. Per rafforzare la gigantesca montatura, studiata a tavolino nei minimi dettagli, alcuni uomini dei servizi faranno persino ritrovare in uno scompartimento del treno 514 Taranto-Milano una valigia contenente otto lattine piene dello stesso esplosivo impiegato nella strage, un mitra MAB, un fucile automatico da caccia e due biglietti aerei intestati a terroristi stranieri. Il boss romano Maurizio Abbatino, divenuto in seguito collaboratore di giustizia, riconoscerà il mitra come appartenente all’arsenale della Banda della Magliana.

Nella motivazione della sentenza di condanna, i giudici scrivono: “La ricostruzione dei fatti, basata su prove documentali e testimoniali, e sulle dichiarazioni degli stessi imputati, fa emergere una macchinazione sconvolgente che ha obiettivamente depistato le indagini sulla strage di Bologna. Sgomenta che forze dell’apparato statale, sia pure deviate, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti, del dolore delle loro famiglie e con il tradimento delle aspettative di tutti i cittadini, a che giustizia si facesse”.

Per il depistaggio sono stati condannati Licio Gelli, “maestro venerabile” della loggia massonica P2, il generale del SISMI Pietro Musumeci e gli agenti SISMI Giuseppe Belmonte e Francesco Pazienza (a Musumeci e Belmonte sono ispirati i personaggi di Zeta e Pi Greco nel “Romanzo Criminale” di Giancarlo De Cataldo). La figura di contatto tra Musumeci e i NAR fu sicuramente Massimo Carminati (l’ex affiliato alla Banda della Magliana recentemente condannato nel processo Mafia Capitale), comunque assolto dall’accusa di depistaggio.

I mandanti della strage sono, e presumibilmente rimarranno, sconosciuti.

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